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Valutazione In Vitro Della Risposta Di Cellule Infiammatorie A Viti Da Impianto Con Differenti Superfici Implantari

Autori: DR. FABIO COLOMBELLI DR. MARCO MORRA DR.SSA CLARA CASSINELLI DR. DANIELE BOLLATI

Riassunto

Lo scopo del lavoro è stata la valutazione della risposta infiammatoria in vitro a superfici implantari differenti sulla base dello stesso trattamento, per valutare quale fattore influenzasse lo sviluppo di tale risposta infiammatoria e quindi per analizzare un possibile fattore in vivo dello sviluppo di mucositi implantari o perimplantiti vere e proprie. Sulla base del protocollo di riferimento utilizzato per il trattamento e l’analisi dei dati ottenuti, si ritiene di poter valutare che in vitro la risposta infiammatoria sia dipendente dalla presenza di endotossine sulle superfici implantari più che dalla topografia della superficie.

Introduzione

Il problema delle perimplantiti La chirurgia implantare è sempre più utilizzata per la sostituzione di elementi dentali mancanti, per cui una percentuale crescente di individui risulta essere portatore di impianti osteointegrati. È però anche noto che una delle problematiche principali che affliggono l’impianto è l’insorgenza della perimplantite. Le alterazioni patologiche a carico dei tessuti perimplantari si distinguono.

Scopo del lavoro

Lo scopo del lavoro è infatti stata la valutazione, mediante analisi RT-PCR, della risposta di cellule infiammatorie a viti da impianto in titanio provenienti da diversi fornitori e con diversa superficie. In particolare, lo scopo è stato quello di misurare l’espressione, da parte di macrofagi in coltura, di alcuni geni-chiave coinvolti nel processo di infiammazione, utilizzando un protocollo in vitro sviluppato recentemente per analizzare la risposta infiammatoria a stimoli della superficie. I nomi commerciali delle viti da impianto vengono omessi in quanto per il risultato del nostro lavoro la discriminante fondamentale risulta essere la diversa morfologia e struttura della superficie implantare, indicata nell’analisi delle viti-campione.

Materiali e metodi

I campioni valutati in questo lavoro sono stati i seguenti. La lettera indica un tipo di vite implantare e il numero il numero di campioni analizzati per quella stessa vite.

A1 Soadco KLOCKNER 3.8 x 14 2835 B 384 (SABBIATO E ACIDIFICATO) A2 Soadco KLOCKNER 3.8 x 14 2835 B 384 (SABBIATO E ACIDIFICATO) B Sweden & Martina KONHO 4.25 x 13 0000048718 (ACIDIFICAZIONE con Ossido di Zirconio) C1 Implant Direct LEGACY 3.7 x 10 37052 (HA IDROSSIAPATITE RIVESTITO) C2 Implant Direct LEGACY 3.7 x 10 44230 (HA IDROSSIAPATITE RIVESTITO) D1 Prodent Italia PRIME 4.6 x 8.5 017013 (DOPPIA ACIDIFICAZIONE) D2 Prodent Italia PRIME 4.6 x 8.5 017013 (DOPPIA ACIDIFICAZIONE) E1 Bego SEMADOS 5.5 x 10 904351 (SABBIATO E ACIDIFICATO) E2 Bego SEMADOS 5.5 x 10 904351 (SABBIATO E ACIDIFICATO) F1 Zimmer TSVTB10 3.7 x 10 62176820 (SABBIATURA CON CRISTALLI IDROSSIAPATITE + rivestimentoHA) F2 Zimmer TSVTB10 3.7 x 10 62176820 (SABBIATURA CON CRISTALLI IDROSSIAPATITE + rivestimentoHA) F3 Zimmer TSVWH10 4.7 x 10 66218026 (SABBIATURA CON CRISTALLI IDROSSIAPATITE) F4 Zimmer TSVWH10 4.7 x 10 66218026 (SABBIATURA CON CRISTALLI IDROSSIAPATITE) G1 Geass WAY Milano 3.8 x 13 13P004140980000 (LASERIZZATO) G2 Geass WAY Milano 3.8 x 13 13P004140980000 (LASERIZZATO) G3 Geass WAY Milano 5.5 x 13 12P000853710000 (LASERIZZATO)

Tutti i campioni erano in confezione sigillata ed in condizioni di sterilità. Le confezioni sono state aperte immediatamente prima del test, sotto una cappa a flusso laminare Faster BIO 48 (DASIT), nel nostro laboratorio di colture cellulari. Non è stato possibile analizzare alcuni campioni perché non è stato possibile rimuovere il dispositivo di montaggio in maniera semplice (per questo sono indicati in tabella con sfondo grigio). Operazioni di rimozione “forzata” avrebbero potuto introdurre contaminazione e rendere il dato non affidabile. Per valutare la risposta infiammatoria e’ stata eseguita una misura di espressione genica mediante RT-PCR. Le prove sono state eseguite mediante la valutazione dell’espressione da parte di macrofagi J774A-1 di alcuni geni-chiave della risposta infiammatoriam in particolare, Interleuchina 1beta (IL-1beta) e interleuchina 6 (IL-6). Il metodo analitico e’ stato il seguente: abbiamo recentemente dimostrato che l’espressione dei geni citati da parte della linea cellulare menzionata e’, a breve tempo (4 h), controllata sostanzialmente dal livello di endotossine adese ed e’ indipendente dalla natura del materiale (J Oral Implantol. 2012 Nov 12. [Epub ahead of print], Adherent endotoxin on dental implant surfaces: a reappraisal, Morra M, Cassinelli C, Cascardo G, Bollati D, Bellanda M). Sulla base di questa osservazione, la quantita’ di endotossine adese e la risposta immediata infiammatoria possono essere misurate controllando la risposta trascrizionale di macrofagi J774A-1 a tempi brevi sulle superfici da analizzare. Le misure sono state eseguite come segue: una sospensione di 1.35±0.18 x 105 cellule J774A-1, coltivate in terreno DMEM contenente L-glutamina (Gibco, INVITROGEN S.r.l), 20% Foetal Bovine Serum (FBS Gibco, INVITROGEN S.r.l), penicillina e streptomicina (Gibco, INVITROGEN S.r.l ) e’ stata introdotta in micropiastre a 12 pozzetti sterili in polistirene (12- well multiwell plates, Cell Star, Greiner One™), che contenevano i campioni. L’analisi di espressione genica e’ stata condotta utilizzando real time reverse transcription PCR (qRT-PCR). L’RNA totale e’ stato estratto dopo 4 h, utilizzando il MagMax Total RNA Isolation Kit (Applied Biosystems). La qualita’ dell’RNA e’ stata valutata controllando che il rapporto A260/A280 fosse tra 1.6 e 2.0. L’RNA estratto e’ stato in seguito retro-trascritto per ottenere cDNA utilizzando l’ Applied Biosystems High Capacity cDNA Reverse Transcription kit. La quantificazione relativa dei geni e’ stata ottenuta utilizzando sonde Taq Man specifiche per ogni gene valutato e GAPDH come gene di riferimento. Per ogni tipologia sono stati utilizzati cinque campioni, ad eccezione del riferimento che era singolo. In questo caso, le reazioni di amplificazione sono state eseguite in triplicato da tre aliquote del medesimo campione, per poter valutare almeno l’accuratezza intraesperimento. L’amplificazione e’ stata condotta utilizzando un termociclatore StepOne (Applied Biosystems) secondo le istruzioni del produttore. I grafici di espressione genica sono stati ottenuti normalizzando i dati utilizzando il software StepOne, secondo il metodo standard ∆Ct.

Risultati

I risultati delle misure di espressione genica sono riportati nel grafico sottostante. In particolare, i dati mostrano quante volte e’ variata l’espressione di un dato gene rispetto a quanto misurato sul campione di riferimento, cioè il polistirene per colture cellulari utilizzato per la crescita delle cellule, a seguito del contatto tra cellule infiammatorie e superficie implantare. Per questo motivo, l’espressione misurata sul campione di riferimento e’ sempre uguale a 1

 

Il grafico mette immediatamente in evidenza come i campioni Klockner prodotti da Soadco siamo decisamente piu’ pro-infiammatori rispetto a tutti gli altri campioni. Infatti l’espressione delle due interleuchine e’ maggiore di 20-30 volte rispetto a quanto avviene quando le cellule incontrano la superficie del riferimento o la superficie di alcuni degli impianti analizzati in questo esperimento. I rimanenti impianti sono tutti mediamente buoni, in quanto la sovraespressione di geni infiammatori e’ al massimo attorno alle 5 volte. Nella figura sottostante e’ riportato quanto avevamo trovato nell’articolo citato, che e’ alla base del metodo analitico adottato, e che evidenzia frequenti sovraespressioni anche di 20 volte e piu’ dei geni in esame (nella figura si tratta di IL-6, che sulla base della nostra esperienza e’ il gene con maggiore sensibilita’ alla presenza di endotossine, quindi confrontabile con il grafico riportato nella parte destra del grafico dei risultati)

 

La prevenzione orale del bambino per una bocca sana da adulto

16La prevenzione orale del bambino è una buona base di partenza per garantire una bocca sana da adulto.

Abitudini di vita e alimentari corrette ed un adeguata attenzione alla igiene orale rappresentano una vera e propria terapia nei confronti della bocca.

La salute dentale e la possibilità di avere una dentizione funzionalmente corretta per tutta la propria vita è una prerogativa che chiunque si augura di poter possedere.

Tuttavia pochi riescono in realtà ad ottenerla veramente.
Molte persone passano gran parte della loro vita a curare i loro denti per le più svariate patologie, non raramente conseguono una situazione di reale soluzione dei loro problemi.
E’ difficile mantenere in una condizione ottimale la salute dei propri elementi dentali, e tali difficoltà aumentano quando gli elementi dentali non sono più integri.

L’errata convinzione che eseguire una terapia sul dente (otturazione, devitalizzazione, ricopertura protesica) lo renda resistente a nuove problematiche.

Inoltre porta purtroppo il paziente a ridurre il grado di attenzione alla igiene orale anziché ad aumentarla, perché un dente curato e ripristinato nella sua funzione (anche se da un odontoiatra abile ed esperto) sarà sempre più vulnerabile di un dente sano.

Qual è allora il modo migliore per dover ricorrere il meno possibile alle cure dentistiche?

Il modo più semplice per avere denti sani – ma anche più difficile da seguire – è la prevenzione
E’ ormai uno slogan applicabile anche ad altre situazioni il motto “Prevenire è meglio che curare”! Ma per quanto abusato, esso rimane una verità.
A volte problemi clinici nello sviluppo dentale o patologie sistemiche correlate
possono rendere gli elementi dentari ed i tessuti orali in alcuni i pazienti più vulnerabili che in altri.
Mantenere abitudini di vita e alimentari corrette ed un adeguato grado di attenzione alla igiene orale, è di per se già una terapia nei confronti della propria bocca.

La prevenzione incomincia da piccoli

Per realizzare un obiettivo ambizioso come quello di avere un cavo orale in salute
significa essere educati a dedicarsi ai propri denti sin da bambini, soprattutto quando la dentizione comincia ad avere un ruolo definitivo.
Nel bambino fino ai 6-8 anni le funzionalità masticatorie sono esercitate dalla dentizione decidua (denti da latte) composta di 20 elementi dentali.

Essa inizia a questa età ad essere sostituita ed aumentata fino a 28 elementi dentali permanenti, esclusi i terzi molari o denti del giudizio che se erotti completamente porteranno a 32 elementi la dentizione definitiva.
E’ nella educazione corretta del bambino all’importanza dell’igiene orale che si vince la prima e più importante battaglia per guadagnare nell’età adulta un cavo orale sempre in ordine.
Controlli periodici in età adulta sono fondamentali per essere sempre indirizzati dall’odontoiatra nel modo più proficuo.

In questo modo si intercettano eventuali patologie dentali e gengivali e si hanno cure efficaci evitando al massimo terapie più complesse ed estese.
Ma è certo nell’età scolare che inizia e si fissa il destino del proprio cavo orale.

6 regole per come curare i denti fin da piccoli
1. Eseguire controlli periodici con l’inizio dell’eruzione dei denti permanenti

Quando iniziano ad erompere i denti permanenti è bene eseguire controlli periodici che evidenzino problematiche relative a lesioni cariose, corretta eruzione degli elementi per intercettare precocemente problematiche di posizionamento degli elementi dentari, corrette manovre di igiene orale.

2. Effettuare quando indicato la sigillatura degli elementi dentari

 

La sigillatura preventiva di solchi e fossette del dente, si effettua mediante l’applicazione sul dente privo di carie, di alcuni materiali specifici che applicati in forma liquida e polimerizzati a diventare resine stabili, creano sul dente una pellicola di riempimento che funge da protezione dall’attacco di placca e batteri e ne facilita la pulizia domiciliare.

In pochi minuti, senza anestesia e con pochi semplici passaggi, i “dentoni” appena erotti vengono protetti in maniera efficace anche per molto tempo (fino a 24 mesi dall’applicazione).
Infatti, gli elementi dentari cuspidati, come ad esempio i primi molari permanenti che erompono dietro all’ultimo dentino da latte (senza quindi che cada nessun dentino!), sono provvisti di “montagnette” chiamate cuspidi, che alla loro base “disegnano” solchi e fossette, zone più facilmente soggette all’accumulo di batteri e placca e quindi allo sviluppo di carie dentale. Tale zona del dente dovrebbe essere sempre lavata scrupolosamente, ma al momento dell’eruzione dei molari permanenti l’età è di circa 6-8 anni e il bambino in genere non è ancora in grado di eseguire le corrette manovre di spazzolamento delle arcate dentarie.

In attesa che venga creato un videogioco sulla Playstation o sulla Wii che simula il lavaggio dei denti, è possibile aumentare le difese dei denti in eruzione con tale sigillatura preventiva!

3. Adottare corrette manovre di spazzolamento

Qualche minuto speso con l’odontoiatra può essere utile ad insegnare al bambino ad usare al meglio il tempo dedicato a spazzolarsi i denti.

4. Istituire corrette abitudini alimentari

Anche in questo caso l’odontoiatra può aiutare genitori e bambino ad imparare l’autogestione della propria alimentazione in modo che sia  completa, ma senza trascurare l’attenzione ai propri denti.

5. Effettuare un controllo ortodontico tra i 6-8 anni

A volte i denti tendono ad erompere in maniera scorretta per ragioni cliniche.

Ad esempio mancanza di spazio, agenesie dentali, deglutizione atipica, denti “bloccati” all’interno della gengiva, etc.

Altre volte per cattive abitudini quotidiane. Alcuni esempi sono: suzione del pollice, utilizzo prolungato del ciuccio neonatale, altre abitudini viziate.

E’ molto importante intercettare precocemente questo genere di problematiche. Così si può intervenire nelle fasi più corrette e sfruttare al massimo le possibilità ortopediche di correzione con ausilio di apparecchi idonei. Avere denti ben
posizionati rende infatti molto più agevoli ed efficaci le manovre di igiene orale
quotidiane.

6. Cure odontoiatriche

Purtroppo a volte è necessario eseguire vere terapie odontoiatriche anche sui denti da latte del bambino.

Vuoi perché la distruzione cariosa di un elemento rende il residuo stesso del dentino un potenziale focolaio infettivo o infiammatorio per i denti permanenti in eruzione; vuoi perché le lesioni a carico del dentino portano problematiche di dolore al bimbo.
La salute del proprio cavo orale è importante nel definire la qualità della propria vita.
Per loro, gli adulti di domani, sarà un bel regalo insegnare oggi l’importanza di essere attenti e competenti nella cura domiciliare dei propri denti.
E la rima in stile filastrocca è solo casuale!

Alitosi e dentista. Fattori e correlazioni generali

L’alitosi, sinonimo di alito cattivo, è una condizione caratterizzata dall’emissione di odori sgradevoli attraverso l’atto respiratorio.

Il dentista può aiutare ad individuare la causa e a porvi rimedio.

I fattori che provocano l’alitosi sono numerosi e includono principalmente il consumo di alcuni cibi, l’alcool o il fumo, una scarsa igiene orale, malattie gengivali profonde, secchezza delle fauci, alcune patologie e malattie sistemiche, malattie gastrointestinali e diete molto restrittive.
Secondo una ricerca svolta nel centro di Odontoiatria operativa alla State University of New York, Stony Brook, circa il 75% dei casi di alitosi ha comunque origine nel cavo orale.

Gran parte delle persone affette da alitosi non ne è consapevole, ma il numero di
persone con forme più o meno lievi del problema è piuttosto elevato; in media una persona su quattro ne soffre.

Quali sono le cause più comuni di alitosi?

Per sconfiggere l’alitosi, è determinante individuarne la causa primaria.

Ecco le principali cause:

  1. Fattori esterni
  • consumo costante di cibi quali cipolla e aglio, o di bevande quali caffè e
    alcool, nonché il fumo
  • scarsa igiene orale: placca e residui di cibo che si depositano sui denti possono diventarne una causa in maniera direttamente proporzionale al tempo che permangono nel cavo orale, prima di essere eliminati con lo spazzolamento.
  • malattie orali: gengivite e parodontite (infiammazione cronica dell’osso di sostegno dei denti)
  • protesi mobili (dentiera e ponti mobili): quando la placca e i residui di cibo che vi si
    depositano non vengano eliminati quotidianamente.
2. Fattori interni
  • tonsille: le tonsille criptiche possono trattenere resti di cibo che si accumulano nel tempo.
  • infezioni del tratto respiratorio: faringiti, sinusiti e ascessi polmonari.
  • secchezza delle fauci (Xerostomia): una ridotta salivazione all’interno del cavo orale può diventare causa di alitosi. Una ridotta salivazione può essere conseguente a utilizzo quotidiano di farmaci, a forme costanti di respirazione orale, a cure radioterapiche e chemioterapiche.
  • malattie sistemiche: diabete, ascesso polmonare, insufficienza epatica o renale, sinusite e malattie gastrointestinali possono avere come conseguenze sintomatiche anche alitosi.
Come risolvere il problema dell’alitosi?

Il trattamento dell’alitosi concerne ovviamente un intervento sulla causa primaria del suo sviluppo.
Nel caso di alitosi da problematiche orali, è fondamentale osservare a casa un’accurata igiene orale dopo ogni pasto, utilizzando dentifricio e filo interdentale per rimuovere i residui di cibo e la placca dai denti e da eventuali protesi fisse.

Molto importante anche spazzolare il dorso della lingua per eliminare da essa eventuali batteri.

Uno studio ha rivelato che spazzolare lingua e denti e utilizzare il filo interdentale, oltre a ridurre in maniera significativa il sanguinamento dei tessuti gengivali, diminuisce anche l’alitosi.
Soprattutto la pulizia della lingua è importante per la riduzione di questo problema; la maggior parte dei batteri responsabili dell’alitosi, infatti, proliferano sulla lingua e sono causa della produzione di composti volatili solforati maleodoranti quali il solfuro di idrogeno e il metilmercaptano.

Per una corretta pulizia di questa porzione di tessuto esistono in commercio particolari spazzolini con supporti pulisci-lingua, appositamente studiati per questo.
Se invece è la dieta all’origine dell’alitosi, un dietista o un nutrizionista possono aiutare a modificarla eliminando lo sviluppo del problema.

Gli specialisti che possono risolvere il problema

Per i casi di infezione respiratoria e tonsillite, uno specialista otorinolaringoiatra o
pneumologo sono le persone più indicate da contattare.
Una cospicua fetta di popolazione, soprattutto in età più avanzata, soffre invece di
secchezza delle fauci, ovvero riduzione della salivazione (xerostomia) che può essere
conseguente ad assunzione di farmaci, nonché a trattamenti di radioterapia e
chemioterapia.

Una ridotta salivazione è in grado di creare i presupposti per lo sviluppo di
alitosi nel cavo orale.
I soggetti diabetici, affetti da insufficienza renale o epatica o da malattie gastrointestinali devono consultare il proprio medico, urologo o gastroenterologo per consigli su come ridurre l’alitosi causata dalla propria malattia.
In ogni caso, se pensate di soffrire di questo problema e l’adozione di corrette manovre di igiene orale non sono sufficienti a risolverlo, rivolgersi al proprio dentista è certamente il primo passo per analizzare la presenza di problematiche di natura orale (che ricordiamo rappresentano la maggior parte dei casi di alitosi) e discriminare invece alitosi che deriva da altre possibili cause.

Disturbi dentali: il parere del dentista su quattro sintomi dentali da non sottovalutare

Il parere del dentista su sintomi legati ai disturbi dentali è fondamentale per intervenire prontamente e trovare una soluzione ottimale.

La pigrizia e il timore inducono spesso a rimandare continuamente la visita di controllo periodica dal dentista.
Meglio intervenire subito e prenotare una visita immediatamente se si manifesta in
maniera continua uno di questi sintomi.

I 4 sintomi che è meglio non sottovalutare
Dolore provocato da cibi e bevande molto freddi

Quando non si riesce più a bere e a lavare i denti con l’acqua fredda senza sentire fastidio è bene intervenire prontamente.
La forte sensibilità dei denti agli stimoli termici viene definita ipersensibilità dentinale e può essere una situazione normale dei propri denti oppure il sintomo di una patologia dentale in fase di sviluppo.
Ci sono persone che da sempre sanno di dover prestare attenzione a cibi estremamente freddi, pena una pungente sensazione di freddo ai denti.

Questa situazione può essere contingente a strutture dentali particolarmente vulnerabili per propria struttura genetica.
Quello che invece deve insospettire è l’insorgenza improvvisa di questo fastidio.
L’ipersensibilità dentinale è spesso dovuta allo sviluppo di carie su un elemento dentario, dove a causa dell’indebolimento della struttura di protezione offerta dallo smalto, lo stimolo termico riesce ad andare in profondità.

In questo caso il freddo stimola dolorosamente le terminazioni nervose presenti nella polpa stessa del dente.

A volte invece può essere indice di lesioni non cariose dello smalto a livello del “colletto” del dente, dove lo smalto stesso si usura e si riduce di spessore, con evidente riduzione della protezione delle porzioni dentinali più profonde del dente stesso.
Mentre una condizione di ipersensibilità dentinale genetica non richiede alcun intervento (possono essere utili specifici dentifrici per denti sensibili), lo sviluppo di ipersensibilità a seguito di carie o usura dello smalto richiedono interventi specifici del dentista.

Sanguinamento delle gengive

Il sanguinamento gengivale è sempre uno dei disturbi dentali indice della presenza di uno stato infiammatorio.
A volte il fenomeno è transitorio e può essere legato a qualche giorno di non corretta igiene orale domiciliare.

In queste situazioni un corretto spazzolamento coadiuvato da un
adeguato collutorio risolvono il problema in massimo un paio di giorni.
Esistono però casi in cui il sanguinamento non si risolve spontaneamente e diventa una condizione costante.

In questo caso è sempre indicata una visita dal dentista perché la cronicizzazione di uno stato infiammatorio può nascondere problemi più profondi, localizzati cioè a livello non solo gengivale, ma osseo, con riassorbimenti che creando le cosiddette “tasche osteogengivali” possono in breve tempo compromettere il sostegno stesso dei denti, con il rischio di perdita precoce degli elementi dentari.

Dolori muscolari sul viso al risveglio

Svegliarsi al mattino con la muscolatura facciale dolente è in genere indice di una
contrattura legata ad uno scorretto lavoro a cui i muscoli vanno incontro nella fase di
sonno.

Si tratta di uno dei disturbi dentali più frequenti.
Le cause di questo sono in genere il Bruxismo (il paziente di notte digrigna i denti
facendoli scivolare gli uni sugli altri, creando uno sforzo muscolare e una scorretta usura delle superfici dentali) ed il Serramento (il paziente stringe oltre misura i denti tra loro portando i muscoli a lavorare oltre il necessario).
Mentre il bruxismo è notturno, il serramento può essere anche diurno.

Entrambi le situazioni sono strettamente legate a scarico di stress da parte del paziente

La prima cura da mettere in atto può essere semplicemente una bella camomilla e un po’ di training autogeno prima di addormentarsi!
Quando però abitudini viziate notturne quali il bruxismo o il serramento dentale si
consolidano, la muscolatura responsabile dei movimenti mandibolari va incontro ad un “superlavoro” e se ne determina un affaticamento ed un indolenzimento per sforzo, al pari di qualsiasi altro muscolo del corpo.

E’ un po’ come pensare di correre la maratona dormendo: magari non avremmo problemi di fiato ma le gambe al risveglio sarebbero affaticate e piene di acido lattico!

Scherzi a parte il dolore muscolare al risveglio indica la necessità di decontrarre la
muscolatura nelle fasi di veglia e di sonno e quindi è bene intervenire con un controllo dal dentista che può consigliare la terapia più indicata, che spesso consiste in placche notturne di separazione delle arcate che riducono il superlavoro muscolare.

Sapore cattivo da un ponte o da una capsula

Tra i vari disturbi dentali, questo sintomo nasconde quasi un problema che diviene di gravità crescente quanto più si aspetta ad intervenire.

Vecchie ricoperture protesiche che non hanno mai dato problemi, manifestano questo sintomo quando residui alimentari restano in bocca al di sotto del dente
il tempo necessario per sviluppare gas derivanti da degradazione e fermentazione dei
componenti biologici dei residui, creando quella sensazione di cattivo sapore in bocca (non per forza correlato o correlabile con alitosi).

Questo può avvenire per occasionale inserimento di residui che restano bloccati senza creare fastidi e riescono ad essere rimossi facilmente dal paziente semplicemente utilizzando strumenti per l’igiene orale più efficaci (come lo scovolino dentale o il filo interdentale per ponti).

In genere purtroppo, il problema è invece legato a infiltrazioni cariose al di sotto delle vecchie capsule.

Queste, dopo aver compromesso la struttura dei monconi di sostegno delle capsule stesse, creano cavità dove si fermano più facilmente residui di cibo difficilmente rimovibili, che danno poi luogo ai fenomeni descritti.
Infiltrazioni cariose sotto ponti e capsule possono creare problemi importanti, dalla
necessità di rifacimento dei ponti fino alla completa perdita dei pilastri di sostegno.

Infatti, se ci si accorge di quello che sta succedendo quando ormai la lesione cariosa ha distrutto in maniera importante la struttura dentale sottostante, gli elementi potrebbero divenire irrecuperabili.
E’ bene quindi recarsi subito dal dentista per un controllo per intercettare il problema il prima possibile.

La salute dei denti: 7 cose da sapere per la cura dei tuoi denti

08La cura dei denti è un argomento che interessa molte persone e di seguito rispondiamo a 7 comuni quesiti.

1. Un dente otturato o devitalizzato può cariarsi ancora?

Si. Un dente devitalizzato e ricostruito o semplicemente curato con una otturazione, mette spesso il paziente nella convinzione che da lì in poi non avrà più alcun tipo di problema su quel dente.

In realtà un dente già curato è ancora più vulnerabile di prima all’attacco della
carie! I batteri responsabili di una lesione cariosa “attaccano” smalto e dentina e che il dente abbia ancora la polpa o meno al suo interno non cambia la situazione.

Per quanto correttamente eseguita, esiste sempre un punto di passaggio tra il dente e l’otturazione, zona dove più facilmente può accumularsi placca ricca di batteri e dove si può creare una nuova lesione cariosa.

La cura dei denti otturati deve quindi essere molto meticolosa.

2. Fino a che età si possono allineare i denti storti con un apparecchio ortodontico?

Fino a 100 anni o anche di più, se il paziente è estremamente longevo!

In effetti mentre l’azione degli apparecchi sullo stimolo di crescita delle basi ossee può essere esercitata solo nella fase della crescita del paziente, l’allineamento dentale vero e proprio può essere eseguito per tutta la vita del dente e quindi senza limiti di età.

I limiti al trattamento ortodontico sono legati chiaramente alle condizioni di salute del paziente e del dente stesso, che deve avere buone condizioni soprattutto in merito al sostegno osseo.

3. Un dente devitalizzato deve per forza essere ricoperto con una capsula?

Non sempre. Un dente devitalizzato subisce l’asportazione della polpa e quindi nel tempo va incontro ad una disidratazione che ne fa diventare la struttura più rigida e quindi con una minor resistenza agli sforzi masticatori; aumenta cioè il rischio di frattura.

Se un dente devitalizzato presenta un perimetro completo o parziale con il mantenimento di uno spessore valido delle pareti dentali, il dente può essere solo ricostruito con una corretta otturazione.

Quando invece la struttura dentale persa è molta è consigliabile la ricopertura
protesica che riduca il possibile rischio di fratture e quindi la perdita del dente.

4. I denti da latte possono cariarsi?

Si. Gli elementi dentari decidui o denti da latte hanno la caratteristica di rappresentare una prima dentizione dell’infanzia che verrà sostituita dai denti permanenti.

A parte essere più piccoli, più lisci e appiattiti e con un diverso rapporto smalto-dentina, sono però denti a tutti gli effetti e quindi possono cariarsi come i denti permanenti e dare purtroppo problematiche di dolore, ascessi e quant’altro.

Ecco perchè è particolarmente importante la cura dei denti dei bambini.

5. Cosa sono gli impianti dentali?

Si tratta di dispositivi medici di varia tipologia che permettono di realizzare protesi fisse dove ormai mancano gli elementi dentari. Gli impianti, infatti, realizzati in titanio, vengono inseriti nell’osso alveolare dove manca il dente e dopo un periodo di guarigione diventano vere e proprie “radici artificiali” sulle quali è possibile applicare un dente singolo oppure da utilizzare come supporto ed aggancio per protesi mobili migliorandone notevolmente stabilità e tenuta.

6. Esistono predisposizioni genetiche allo sviluppo della carie?

Si. La carie si manifesta con la comparsa di una demineralizzazione dello smalto del dente ad opera di microbi che creano queste lesioni con i prodotti del loro metabolismo; una volta “intaccato” lo strato esterno del dente, la distruzione della struttura dentale prosegue progressivamente.

Perché si possa manifestare una lesione cariosa devono coesistere tre fattori: la presenza di microbi cariogeni nella placca, la presenza di residui di zuccheri
raffinati (il nutrimento dei microbi) ed un terreno favorevole al processo.

Il terreno è rappresentato dai tessuti dentali che possono avere variazioni in base al nostro DNA.
Esistono quindi diverse predisposizioni genetiche che determinano la capacità di resistenza allo sviluppo di lesioni cariose a seconda dell’individuo.

7. Cosa sono e a cosa servono i “sigillanti dentali”?

Il sigillante dentale è una resina fluida che esposta a particolari luci passa da uno stato liquido ad uno solido.

Viene utilizzata sui molari permanenti appena erotti nei bambini, per riempire la parte profonda dei solchi (luogo dove si accumula la placca) e permettere al
bambino una buona pulizia del dente. Si applica sul dente ancora sano che non viene
assolutamente modificato nella forma ma semplicemente pulito molto profondamente prima della applicazione della resina.

Lo scopo è quindi puramente preventivo (evitare lo sviluppo di carie) con una duplice azione: permettere una maggior facilità di pulizia (superficie più liscia) ed determinare una riduzione della quantità di placca presente sul dente (solchi sigillati).

Alla base di tutte queste osservazioni vi è il principio che in qualsiasi situazione è bene osservare una particolare e attenta cura dei denti.

 

La frattura dentale e le sue conseguenze

La frattura dentale è una conseguenza che si può presentare a seguito di traumi facciali più o meno importanti, o anche semplicemente durante la masticazione.

E’ possibile che si possa rompere una porzione più o meno estesa di un dente.
La frattura dentale può avere conseguenze più o meno gravi a seconda dell’entità e della tipologia stessa del tipo di rottura cui l’elemento dentale va incontro.
Innanzitutto se la porzione fratturata del dente coinvolge anche parte della radice in genere la prognosi è sfavorevole e nella maggior parte dei casi prevede l’estrazione del dente coinvolto.

Se la frattura invece coinvolge soltanto la corona del dente (ovvero la parte
visibile al di fuori della gengiva), a seconda dell’entità e della porzione persa, in genere il dente può essere recuperato con diverse tipologie di cura.

Quando un dente fratturato deve essere per forza tolto?

Il dente non può essere recuperato con delle cure conservative o protesiche quando la rottura interessa una parte della radice al di sotto della gengiva tale da rendere impossibile ricostruire la porzione persa.

Oppure quando la frattura del dente è completa e coinvolge il dente per tutta la sua lunghezza (quella che viene definita “frattura verticale”).
In tali situazioni il dente deve essere estratto perché mantenerlo in bocca in queste
condizioni crea un focolaio infiammatorio che può facilmente dare adito ad infezioni che potrebbero coinvolgere anche i denti vicini.

Va anche tenuto conto del fatto che in condizioni cliniche di questo tipo diventa impossibile masticare sopra il dente che risulta estremamente dolente al contatto, tanto da rendere spesso difficile persino parlare o semplicemente chiudere i denti tra loro, anche senza interposizione di cibo.

Un dente con fratture meno estese deve comunque sempre essere ricoperto per essere salvato?

Il tipo di cure conservative con cui recuperare la funzionalità di un dente fratturato dipende molto dalla tipologia del danno, che può essere veramente molto variabile.

Si può andare dalla piccola scheggiatura dello smalto fino a perdita di porzioni che rappresentano oltre la metà del dente.
Molto spesso le fratture coronali interessano denti che hanno già subito in passato cure odontoiatriche e quando a rompersi è una porzione residua del dente la corretta anatomia del dente si ripristina ricostruendo il dente ed includendo anche la porzione persa.

Nella maggior parte dei casi, quindi, una ricostruzione del dente è sufficiente a “rimetterlo in sesto” e renderlo nuovamente funzionale.
La ricopertura protesica con la classica capsula dentale diventa necessaria quando la
porzione del dente ricostruita è troppo estesa per garantire una valida resistenza meccanica durante la masticazione, fatto questo che esporrebbe il dente ad aumentato rischio di frattura verticale con conseguente necessità di estrarre il dente. In tali casi si preferisce quindi proteggere l’integrità del dente con una ricopertura protesica.

Un dente fratturato va comunque sempre devitalizzato?

Non è necessario procedere alla devitalizzazione del dente se la frattura non coinvolge porzioni profonde del dente fino ad interessare la polpa dentaria.

Quando invece viene coinvolta la porzione profonda dell’elemento la devitalizzazione diventa inevitabile per qualunque tipo di ricostruzione o ricopertura.
Quando la frattura interessa elementi dentari di ragazzi giovani, in genere a seguito di traumi sportivi (argomento già trattato in un precedente articolo), si cerca di evitare la devitalizzazione, anche in caso di forte vicinanza con la polpa dentale, per mezzo di medicazioni che tendono ad aiutare il tessuto pulpare a non subire conseguenze irreversibili dal suo danneggiamento. Tali terapie sono un giustificato tentativo in considerazione della giovane età del paziente, ma il successo è strettamente dipendente dall’entità della lesione iniziale della frattura dentale.
In ogni caso, quando ci si trova in situazioni di questo tipo e ci si accorge che “qualcosa si è rotto” nella propria bocca, è fondamentale recarsi subito in studio dal proprio dentista per un controllo che evidenzi il problema.

In questo modo si evita che eventuali situazioni al limite vengano lasciate senza cura e peggiorino, compromettendo del tutto la prognosi di un dente con una frattura già grave ed estesa, ma ancora recuperabile dal punto di vista conservativo

L’uso dell’antibiotico e dei probiotici in odontoiatria

L’uso dell’antibiotico e dei probiotici in odontoiatria è un argomento spesso dibattuto.
Una nota su cui già altre volte è stato posto l’accento è lo stretto rapporto che esiste tra la cavità orale ed il resto del tratto digerente.

Dallo sviluppo dello stomodeo (il primitivo tratto digerente dell’embrione durante la gestazione) si accrescono infatti tutti i vari tratti di tale apparato, cavità orale compresa.

Non può stupire quindi la stretta correlazione che c’è tra le alterazioni di salute delle gengive e la disbiosi (ovvero l’alterazione della flora intestinale), anche tenendo conto che gran parte del nostro sistema immunitario si trova nei tessuti intestinali.
Quando si deve ricorrere ad una terapia antibiotica una delle possibili conseguenze è
proprio lo sviluppo di disturbi disbiotici.
Una terapia antibiotica, infatti, se da un lato è fondamentale per risolvere un problema infettivo, al contempo modifica la flora batterica esplicando la sua azione sia nei confronti dei batteri “cattivi” responsabili di una infezione, sia dei microrganismi “buoni”, che regolano e mantengono l’equilibrio della microflora intestinale.
La flora batterica quindi, può alterarsi e causare la già citata disbiosi, uno stato che provoca effetti indesiderati correlati con maggiori difficoltà digestive, fino ad arrivare a veri e propri sintomi quali diarrea, dolori epigastrici, nausea, vomito.

Ma allora è meglio evitare di assumere antibiotici?

Certamente no, perché si tratta di un farmaco fondamentale nella cura di problematiche settiche; va semplicemente usato nel modo più corretto.
Innanzitutto l’antibiotico non è mai una terapia di automedicazione e deve sempre essere prescritto dal medico per un problema di salute ben identificato che abbia una patogenesi (cioè il proprio inizio) in relazione ad una infezione batterica. Infatti l’antibiotico non ha alcuna utilità nel controllo di una infezione che derivi dal contatto con agenti virali.
E’ quindi fondamentale una diagnosi corretta del problema prima di intervenire con il farmaco.
Capita a volte che pazienti che in passato siano ricorsi a terapia antibiotica per patologie a livello del cavo orale, si “autoprescrivano” il farmaco quando un problema di dolore si ripresenta, ma non sempre l’antibiotico è il giusto rimedio, perché dolori e lesioni a carico dei tessuti orali e dentali possono svilupparsi da cause diverse ad una infezione batterica primaria.
Poi è importantissimo seguire la posologia indicata e completare il ciclo di assunzione fino a quanto indicato, senza interromperlo precocemente solo perché i sintomi sono migliorati, per evitare la selezione di batteri antibiotico-resistenti.

Si deve ricorrere spesso ad antibiotici per patologie della bocca?

E’ frequente che a livello del cavo orale si sviluppino ascessi di derivazione batterica e che sia quindi richiesto l’utilizzo di un antibiotico per risolvere l’infezione ed evitare che i  tessuti orali vengano ulteriormente compromessi, ma è sempre bene che sia lo specialista a diagnosticare la necessità di una terapia farmacologica di tale tipo.
In caso di ascessi dentali di origine batterica l’utilizzo dell’antibiotico serve per eliminare il problema sintomatico locale nonché per evitare che l’infezione si propaghi e si estenda anche ad altre parti del corpo, sia attraverso i tessuti, sia attraverso il sistema vascolare.
Questa ipotesi di diffusione può mettere a rischio anche altri distretti ed altri organi,
soprattutto se esistono problemi di salute generale che riducono le capacità di difesa
immunitaria del paziente.
Esiste poi in alcuni casi la necessità di dover eseguire una terapia antibiotica di copertura preventiva dal rischio di sviluppo di infezioni, principalmente in caso di problemi cardiaci o di immunodeficienze, nonché come copertura preventiva e postuma in caso di interventi chirurgici più invasivi o di interventi di chirurgia implantare.

Ma come ridurre gli effetti di disbiosi spesso conseguenti ad una terapia antibiotica?

Considerato che l’antibiotico è un farmaco indispensabile in determinate condizioni e non se ne può evitare l’assunzione, l’ideale è associare sempre ad una terapia antibiotica una terapia con fermenti lattici arricchiti con probiotici, che svolgono principalmente due importanti funzioni di supporto.
La prima è quella di ricolonizzare con i batteri buoni i tratti intestinali in cui la flora
batterica viene eliminata.
La seconda funzione di supporto è quella di coadiuvare l’eliminazione delle molecole di farmaco non utili all’organismo. Volendo fare una metafora si potrebbe dire che usare l’antibiotico per debellare una infezione ė come se per spegnere un fuocherello nel bosco si aprisse a monte l’invaso di una diga, scaricando tutta l’acqua e allagando la valle.

Risulta fondamentale eliminare “l’acqua in eccesso” dopo che il fuocherello è spento!
A tale proposito è indicato anche il supporto con rimedi farmacologici drenanti che
facilitano l’eliminazione delle scorie derivanti dai farmaci, dei quali parleremo in un
prossimo articolo.
La terapia con probiotici andrebbe iniziata 2-3 giorni prima dell’inizio della terapia
antibiotica e proseguita per almeno 5-6gg dopo la fine della terapia stessa.

Dentiera: Le attuali alternative alla Protesi Mobile Totale tradizionale

La soluzione più semplice ed economica alla totale mancanza di denti, persi nel corso degli anni vuoi per patologie odontoiatriche che per lesioni traumatiche, resta la classica Protesi Mobile Totale (PMT), ovvero la “Dentiera”.

Essa rappresenta un tipo di protesi che deve essere rimossa dal cavo orale dal paziente per curarne l’igiene.
La dentiera è da sempre la terapia più comune e più economica per ripristinare la
mancanza di tutti o comunque di un gran numero di elementi dentari (si parla in tal caso di Protesi Mobile Parziale), ma esistono tutta una serie di fattori che spesso la trasformano in un ausilio protesico poco confortevole per il paziente.
Il problema principale della PMT è legata al fatto che la stabilità del manufatto protesico è data da un appoggio alle mucose sottostanti e quindi molto dipendente dalla forma dell’osso che sta al di sotto di tali mucose.
Se superiormente la stabilità è in genere buona per la presenza del palato e di un effetto “a ventosa” della PMT che la blocca anche durante la masticazione, altra questione è la PMT nell’arcata inferiore.

Nella mandibola è infatti presente la lingua che non permette di sfruttare un effetto come per l’arcata superiore. Questo comporta che la superficie di appoggio e di ritenzione è molto ridotta, soprattutto se ci sono stati riassorbimenti ossei nel
tempo, comportando una ridotta stabilità durante la masticazione e a volte anche durante l’eloquio.

Esistono alternative alla Protesi Mobile Totale anche se si sono persi tutti i denti?

Esistono oggi alternative ad una PMT che sono legate alla possibilità di poter inserire
impianti osteointegrati in titanio che vadano a sostituire tutti o alcuni dei denti non più presenti.

In tal caso sono tre le tipologie di protesi alle quali ci si può rivolgere.
Quando è possibile inserire un elevato numero di impianti (superiore a 8), una volta atteso che gli impianti inseriti vengano osteointegrati (ovvero bloccati dall’osso che si sviluppa intorno ad essi), si può realizzare una protesi fissa come si farebbe ricoprendo con delle capsule i propri denti naturali, in quanto gli impianti fungono da denti artificiali sui quali realizzare le corone di ricopertura. In tal caso i denti vengono “fissati” in bocca e il paziente non rimuove mai i denti, ma li tratterà come fossero denti naturali.

Quando il numero di impianti che si possono inserire è minore ma comunque di almeno 4-6 impianti, si può realizzare una protesi simile ad una protesi mobile, che però viene “fissata” in bocca attraverso una struttura metallica intermedia fissata sugli impianti.

Il paziente non rimuove quindi quotidianamente la protesi. Il dentista si occuperà di questa operazione in studio.

In pratica sugli impianti osteointegrati si costruisce e si fissa una struttura metallica e la protesi mobile che viene costruita si fissa invece alla struttura metallica stessa.
Una terza opzione consiste invece nell’inserimento di un numero minimo di 2 impianti in posizioni “strategiche” sui quali si creano delle corone calibrate che fungono da attacco per un analogo che si inserisce nella PMT. In questo caso la protesi non è fissata agli impianti ma sfrutta questi ultimi come appoggio, permettendo una migliore tenuta.

In questo caso la protesi deve essere rimossa dal paziente per la pulizia quotidiana, anche se una volta inserita in bocca permette una migliore stabilità durante la masticazione e l’eloquio.

Questa possibilità è utilizzata soprattutto per la riabilitazione dell’edentulia della arcata inferiore.

Ma è sempre possibile risolvere i casi di completa edentulia (mancanza totale di denti) con l’inserimento di impianti osteointegrati?

E’ chiaro che la fattibilità di qualunque dei piani di trattamento di cui si è parlato non è sempre possibile.
Problemi di ridotta quantità o di non sufficiente qualità dell’osso residuo della base
mandibolare (arcata inferiore) o di quella mascellare (arcata superiore), associati ad un quadro di salute generale non perfetto, possono infatti rendere complesso, se non
impossibile, l’inserimento di impianti osteointegrati e quindi la realizzazione di protesi diverse da quella mobile tradizionale ad appoggio mucoso.
Solo il dentista può analizzare ogni singolo caso clinico e valutare la fattibilità di un
intervento o dell’altro, considerando le esigenze e le possibilità del paziente. Sarà cura del dentista anche la richiesta di eventuali esami strumentali di approfondimento che vanno dalla semplice radiografia panoramica fino alla TAC tridimensionale con tecnica ConeBeam, piuttosto che di esami ematochimici o consulti con altri specialisti in caso di patologie che alterando lo stato di salute generale del paziente rendono più complesso l’intervento.

Ipersensibilità dei denti: cause e terapie

Nel corso della propria vita, la dentizione può modificare la propria sensibilità agli stimoli esterni che riceve nella quotidianità durante le funzioni di fonazione, respirazione, alimentazione.
Sia dal punto di vista anatomico che psicologico, ogni persona presenta individualità e peculiarità personali che lo mettono in condizioni favorevoli o meno di far fronte agli stimoli esterni, avendo quindi ognuno di noi i suoi punti di forza e i propri “punti deboli”!
Anche la bocca, come già in passato abbiamo visto, è per ogni persona un luogo
individuale che sfugge a qualsiasi possibilità di schematizzazione rigida.
Dal punto di vista della sensibilità ci sono quindi individui che da sempre hanno reazioni estreme o comunque molto acute, agli stimoli termici, soprattutto al freddo, e questo fa parte delle loro peculiarità. In genere chi presenta una tipologia dentale di ipersensibilità dentale (più correttamente definita in termini odontoiatrici “ipersensibilità dentinale”) sa da sempre che quando assume cibi o bevande molto fredde i suoi denti reagiscono con trasmissione di un “fastidio” che può addirittura assumere connotazione di dolore dentale, seppur di brevissima durata.
Altre persone invece notano improvvisamente, mentre fino al giorno prima mangiavano persino i cubetti di ghiaccio delle bibite, che i loro denti sono diventati sensibili quando lo stimolo introdotto supera una soglia termica che a loro stessi pare essere normale (ad esempio bere un bicchiere d’acqua dal frigorifero o lavarsi i denti con l’acqua del rubinetto).

Si dice allora che è comparsa ipersensibilità dentinale!

Tale fenomeno può presentarsi temporaneamente a causa di una transitoria infiammazione gengivale; quando è così, il problema si risolve spontaneamente in un paio di giorni di corretto spazzolamento domiciliare (magari con acqua tiepida per evitare il fastidio).
Quando invece la sensibilità tende a manifestarsi con continuità, magari con aumento anche della facilità con cui si sviluppa, il problema è meglio che venga analizzato dal dentista: è il momento di recarsi in studio!
Le cause dell’insorgenza di questo problema possono essere di natura puramente dentale, di natura gengivale oppure da un insieme di queste due situazioni.
La principale causa dentale origina dall’abrasione dello smalto del dente in corrispondenza della zona in cui il dente “entra” nella gengiva, le cosiddette lesioni “al colletto del dente”.
Spesso questa riduzione dello strato di smalto non ha motivazioni legate allo sviluppo di carie, che invece possono propagarsi più facilmente dopo che le lesioni dello smalto si manifestano. Una perdita dello smalto al colletto del dente deriva infatti primariamente da incorretti contatti occlusali che determinano una sollecitazione impropria del dente, da scorrette manovre di igiene orale che diventano troppo aggressive sullo smalto, da una alimentazione che tende a diminuire il pH della saliva, ovvero con alimenti che aumentino
il livello di acidità del cavo orale.
Quando lo smalto tende comunque ad usurarsi e ad assottigliarsi nella zona del colletto, la protezione offerta alle strutture dentali più profonde, e quindi anche alla polpa dentaria, si riduce, con un meccanismo fisico legato sia alla riduzione dello spessore che alle
microfratture che si formano nel corso dell’usura stessa del tessuto.
Possono quindi comparire sensibilizzazioni agli stimoli più forti e ripetuti che si esercitano direttamente sulla zona lesionata. In queste condizioni, cioè con la presenza di uno strato di smalto ancora presente, anche se ridotto, la situazione può essere tenuta sotto controllo, riducendo i fastidi legati alla sensibilità con l’uso quotidiano di dentifrici idonei, che  possono in parte compensare la minor protezione ormai presente.
Quando invece lo smalto viene ad essere completamente lesionato e risulta esposta la parte sottostante del dente, formata dalla dentina, è necessario eseguire una ricostruzione con materiali resinosi compositi della porzione di dente andata persa, per proteggere la polpa dentaria dove, attraverso la canalizzazione tubulare della dentina stessa, essa rischierebbe di venire in parte colonizzata dai microbi che date le loro ridotte dimensioni, riuscirebbero a passare attraverso tali tubuli.
Questo potrebbe portare ad una sensibilizzazione irreversibile per infiammazione cronica a carico della polpa, che non regredirebbe più nemmeno in caso di una ricostruzione adeguata eseguita in un secondo tempo.
Quando poi insieme al problema dentale ci si mettono anche le retrazioni gengivali la
patologia di ipersensibilità può ulteriormente complicarsi.
Le retrazioni gengivali sono quelle situazioni in cui la gengiva, che prima copriva
perfettamente il dente fino alla zona del colletto dentale, si retrae e scopre prima una parte di dente ancora coperto di smalto, fino a lasciare visibile una porzione della radice che essendo ricoperta da un tessuto più permeabile dello smalto già può comportare lo sviluppo di ipersensibilità.
La retrazione può insorgere sia per problemi legati alla “ruvidità” del dente laddove già esistano lesioni del colletto da manovre di igiene orale scorrette o troppo aggressive.
La terapia in questo caso può diventare complessa quando le retrazioni sono importanti dal punto di vista numerico (ovvero di molti millimetri rispetto alla condizione di salute, nonché estesa su più denti) o dal punto di vista biologico (ovvero quando la gengiva più forte chiamata gengiva aderente si riassorbe quasi completamente).
La terapia consiste in trattamenti chirurgici a lembo dove, dopo il preventivo
“scollamento” del tessuto gengivale che ha subito la retrazione, questo viene riposizionato e bloccato con punti di sutura, in modo che con la guarigione della ferita che ne deriva, il dente torni ad essere correttamente coperto da una valida struttura gengivale.
Nei giorni successivi il paziente deve seguire rigorose norme di igiene orale, che da una parte impediscano l’accumulo di placca dentaria, ma dall’altra non siano troppo aggressive o invasive e possano compromettere la guarigione della ferita.
Anche l’alimentazione deve avvenire con particolare attenzione alla consistenza (niente cibi troppo duri) e alla temperatura dei cibi e delle bevande (niente cibi caldi) che si ingeriscono.
I punti di sutura vengono rimossi, a seconda del tipo di intervento, dopo tempi che vanno mediamente dai 7 ai 15 giorni.
In ogni caso il paziente dovrà seguire dei frequenti controlli in studio durante la
guarigione, in modo da permettere al dentista di controllare e mantenere prive di placca le zone dentali in corrispondenza della gengiva correttamente riposizionata.
Questo tipo di interventi ha una prognosi non sempre semplice da stabilire e il successo dipende da una serie di fattori tra i quali, di estrema importanza, c’è la situazione iniziale di partenza; è cioè importante non arrivare dall’odontoiatra con situazioni già molto compromesse perché avrebbero poi maggiori difficoltà di guarigione corretta notevolmente più elevate.

La terapia endodontica, ovvero la devitalizzazione del dente

Le problematiche di salute che colpiscono il dente possono avere partenza dalle strutture intorno al dente, compromettendo l’integrità dei tessuti deputati al suo sostegno: la gengiva, l’osso, i legamenti di collegamento (il cosiddetto PARODONTO, intorno al dente) oppure possono svilupparsi a carico dei tessuti all’interno del dente fino a raggiungere la polpa dentaria (il cosiddetto ENDODONTO, dentro al dente).
Quando le patologie dentali si sviluppano a carico della polpa dentaria, per ripristinare lo stato di salute del dente si richiede primariamente che la polpa dentaria stessa venga eliminata e sostituita con adeguato materiale da otturazione.
Questa terapia si definisce terapia endodontica, meglio nota come la “devitalizzazione del dente”.
Il termine “devitalizzare il dente” consiste quindi nello svuotare i canali radicolari dalla polpa compromessa e come detto, nel realizzare una otturazione di questo spazio.
I motivi per cui sia necessario praticare una terapia di questo tipo sono molteplici e
principalmente relativi alla presenza di carie molto profonde che coinvolgono la polpa, in conseguenza di traumi dentali sia con frattura del dente che senza frattura, per una perdita della vitalità conseguente a patologie che si sviluppano nell’osso adiacente alle radici dentali.
In ogni caso quando la polpa dentaria viene invasa da batteri (in genere provenienti da processi cariosi) o perde la vitalità per motivi traumatici, si rende necessario rimuovere il tessuto compromesso per evitare lo sviluppo di lesioni infiammatorie all’apice della radice del dente che cronicizzando danno luogo a quello che viene comunemente definito “granuloma”. Il granuloma rappresenta per l’organismo un tentativo di difesa alla diffusione nel resto del corpo di una infiammazione, ma in realtà comporta per il dente delle manifestazioni sintomatiche che lo trasformano in una patologia vera e propria.
Tecnicamente la terapia di devitalizzazione del dente viene realizzata mediante strumenti appositi di diametro crescente che introdotti nei canali radicolari, dove la polpa dentaria è contenuta, la rimuovono sagomando contemporaneamente il canale stesso nella forma più idonea ad essere sigillato mediante idonea otturazione.
Esistono strumenti manuali, utilizzati cioè manualmente dal dentista, e più moderni
strumenti che vengono utilizzati con appositi “trapani” e creano meccanicamente il canale nella forma più corretta. Questi strumenti sono realizzati con speciali leghe contenenti anche titanio e presentano elevata elasticità che permette di realizzare terapie impensabili fino a qualche anno fa.

Durante il trattamento il dente viene isolato con un telo di gomma che impedisce il passaggio di saliva e di microbi all’interno dei canali in modo da realizzare una otturazione canalare quanto più sterile possibile.
L’uso di tutti questi strumenti è diventato imprescindibile se si vogliono eseguire terapie di qualità.
Va ricordato però che le particolarità anatomiche dei denti sono tantissime e tali
particolarità, di forma, dimensione, numero e curvatura dei canali radicolari, rendono ancora oggi molto difficili alcuni trattamenti dal punto di vista endodontico, anche per operatori esperti.
Una volta devitalizzato, il dente resta al suo posto senza subire modifiche di forma, ma in considerazione del fatto che il tessuto che lo compone non viene più nutrito, alcuni elementi biomeccanici variano notevolmente.
Innanzitutto la mancanza di un apporto di sostanze nutritive e di acqua da parte del circolo sanguigno attraverso i vasi ematici contenuti nella polpa dentaria rimossa, provoca una disidratazione del tessuto che comporta una maggior rigidità della struttura dentale, in origine dotata di caratteristiche minime di tipo elastico. Questo porta inevitabilmente ad una maggior fragilità del dente sotto gli enormi carichi cui viene sottoposto.

L’entità di questa fragilità dipende da quanto tessuto dentale residuo resta dopo la devitalizzazione; più la quantità di dente da ricostruire è ampia, più il dente risulterà fragile e a rischio di frattura verticale sotto i carichi masticatori.
Altro aspetto è la perdita del collegamento con il Sistema Nervoso Centrale, che il dente vitale ha proprio attraverso le fibre nervose contenute nella polpa dentale. La perdita del continuo invio-ricezione di dati impedisce al Sistema di coordinare le strutture di supporto del dente, che non trasmette più informazioni sulla sua posizione nello spazio e sulle forze che lo sollecitano durante la masticazione. Oltre a rappresentare un rischio indiretto di frattura del dente, questo aspetto influenza negativamente la resistenza delle strutture di sostegno del dente, spesso sollecitate in modo incoerente e senza protezione da parte delle forze che sul dente si esercitano.
Il dente devitalizzato inoltre non ha più alcuna sensibilità ed eventuali lesioni cariose
secondarie che si manifestino a suo carico, sono in grado di estendersi e di distruggere gran parte della sostanza dentale in maniera assolutamente silente, senza il manifestarsi di sintomi.
Abbiamo già visto che un dente devitalizzato può poi subire nel tempo lo sviluppo di
lesioni infiammatorie croniche a livello dell’apice della o delle sue radici, il cosiddetto “granuloma”.
Questa eventualità può essere curata mediante terapie diverse.
Si può eseguire una terapia di “ritrattamento”, ovvero una ri-devitalizzazione del dente che
viene svuotato, ripulito e risigillato, terapia che presenta una prognosi molto variabile a seconda delle caratteristiche anatomiche del dente, della qualità del trattamento endodontico primario e della qualità del trattamento secondario.
Altra terapia possibile è quella di “apicectomia”, che consiste nel taglio chirurgico della porzione finale della radice dove il granuloma si è manifestato e la cui prognosi dipende dalla precisione e minima invasività dell’intervento, ma anche dalle capacità di guarigione del tessuto osseo che circonda il dente.
In ogni caso ricordiamo, come già detto in altre occasioni, che in odontoiatria è impossibile creare piani di trattamento che valgano sempre e comunque per tutti; ognuno di noi ha nella propria bocca variabili di ogni tipo e le terapie che su un dente possono essere lo stato
dell’arte per il nostro vicino di casa potrebbero essere scorrette su un dente che nella nostra bocca ha problemi simili.
Solo il dentista è in grado di raccogliere tutti i dati e valutare per ogni caso specifico la soluzione più idonea per ogni paziente